giovedì 6 maggio 2010

Prefazione di Verena Schmid a "Il parto in casa"


Partorire a casa è antico o moderno? Elisabetta Malvagna, donna moderna, professionista e madre, in questo libro riveste di moderno l’antico parto delle donne. Partendo dalla sua esperienza personale, spazia da esperienze di parto appartenenti al passato alle sue forme odierne più tecnologiche, per ricollocarsi poi in mezzo: in un parto gestito dalla singola donna in base ai suoi desideri e bisogni profondi, in un atteggiamento protettivo per sé e il proprio bambino, ma anche con l’aiuto medico a disposizione, qualora occorra. Un parto che può avvenire a domicilio o anche in ospedale, ma senza cedere la propria soggettività ad altri.
La domanda più urgente posta comunemente parlando di parto a domicilio è la questione della sicurezza, questo in un’epoca moderna appunto, dove sicurezza è sinonimo di intervento, emergenza, ospedale, terapie mediche, piuttosto che di stile di vita, autogestione, sensibilità verso il proprio corpo, relazione, comunicazione, scelta, motivazione. 
Dal punto di vista razionale, scientifico alcuni punti fermi sul parto a domicilio oggi ci sono:
  • è sicuro quanto, se non di più di quello in ospedale per le donne a basso rischio o, come preferisco dire, le donne ad alta salute;
  • le donne che partoriscono a domicilio sono più soddisfatte dell’esperienza e dell’assistenza;
  • per le donne ad alta salute l’assistenza ostetrica-specifica delle ostetriche è più sicura ed efficace dell’assistenza medica, poiché ogni intervento medico ha i suoi rischi;
  • la continuità dell’assistenza è la forma più efficace di assistenza, che porta ai migliori esiti materni e neonatali;
  • il parto a domicilio è un parto demedicalizzato a bassissimi interventi e altissima qualità.
Un’ampia letteratura scientifica conferma tutti questi aspetti con chiarezza ed Elisabetta lo documenta in questo libro con diversi esempi. Il numero delle donne indagate in tali ricerche è molto alto: 42 000 in Germania, 11 000 in America, 530 000 in Olanda per nominarne solo alcune. L’evidenza scientifica c’è. Chi la ignora fa oscurantismo. E’ dunque venuta l’ora in cui lasciar cadere le resistenze, i pregiudizi, i timori, i tabù, le immagini di arretratezza sul parto a domicilio e di dargli un posto paritario nelle varie offerte assistenziali, come forma di assistenza moderna e efficace.
Dal punto di vista emozionale, un elemento di sicurezza determinante, anche nelle situazioni limite, è la motivazione. Questo elemento non viene considerato nelle ricerche scientifiche eppure è fondamentale. Il parto a domicilio oggi, come scelta consapevole e condivisa, proprio perché è poco sostenuto dall’esterno, richiede una forte motivazione. Questa motivazione, che rende protagonisti i genitori, sveglia le risorse endogene e attiva le risorse ambientali, tutte risorse con cui molti rischi possono essere ribilanciati e che fanno dominare la salute. Dal punto di vista ambientale, la moderna neurobiologia ci aiuta a capire meglio le dinamiche tra ambiente e persona. Dimostra, come i fattori ambientali rappresentino il campo che determina i processi all’interno di un organismo o di una cellula, il meccanismo è lo stesso. Il campo, l’ambiente in cui avviene un processo fisiologico ne determina dunque la qualità. L’ambiente del parto, qualsiasi esso sia, ne modifica le dinamiche. L’ambiente domiciliare è il territorio della donna, della coppia, il luogo della loro intimità. L’ostetrica che assiste è ospite. Già questo aspetto territoriale induce maggiore rispetto. Inoltre il domicilio è un luogo non medico, non vi si trovano strumenti, apparecchi e quant’altro che prospettano interventi. La donna sa (e lo ha scelto) che deve contare sulle proprie forze, sulle proprie risorse, quindi le attiva. Il suo partner è con lei come partner affettivo e sessuale sul suo territorio e come tale ha la grande competenza, di sostenerla nell’apertura e abbandono al parto, tanto simile all’esperienza sessuale. Quale migliore guida per la donna, che non colui con cui condivide quest’esperienza e che la conosce meglio di qualsiasi operatrice? Infatti il “fare” dell’ostetrica a domicilio riguarda più l’ambiente, che direttamente gli interventi sulla donna, rendendolo idoneo e intimo, affinché lei possa stare in apertura nel suo processo.
A domicilio a volte il fare è intrattenere gli altri bambini o il marito, cucinare, preparare il letto o altri angolini della casa, rassicurare parenti e madri ansiose. A volte il fare dell’ostetrica è dormicchiare sul divano, seguendo il travaglio con l’orecchio trasmettendo alla donna la sensazione che tutto proceda bene. 
Intanto l’ostetrica svolge un’attenta osservazione attraverso i sensi: vista, udito, odorato, tatto. Attua una valutazione circolare, mettendo insieme tutti i fattori osservati. Affronta gli eventuali problemi con la metodica del problem solving avviando processi decisionali nella donna e nella coppia. Instaura una relazione che favorisce l’apertura. Usa l’intuizione e l’ascolto come strumento professionale e relazionale. Offre sostegno fisico e emozionale al bisogno. Può promuovere interventi di analgesia fisiologica, se richiesta. Il suo è un fare che può essere interpretato anche come non fare, un “fare-non fare” che crea quella base sulla quale la donna si può esprimere, le sue risorse possono emergere e può infine sentire l’esperienza della nascita come un suo risultato. A questo si aggiunge la capacità di riconoscere, quando il processo fisiologico si blocca e saper scegliere il tipo di intervento adeguato. Anche in caso di bisogno, gli atti devono essere pochi, ma mirati e precisi. La personalizzazione dell’assistenza, infine, è un’altro importante elemento di sicurezza del parto domiciliare, possibile solo con la continuità dell’assistenza (indispensabile ai fini della sicurezza), in contesti piccoli e decentrati, con il minor numero di operatori presenti compatibilmente con i bisogni, così come li consiglia l’Organizzazione Mondiale della Sanità per i parti fisiologici.
Molte donne giovani cominciano a vedere il parto a domicilio come il vero progresso. Vi vedono una possibilità di tutela della propria integrità sia fisica che decisionale, una possibilità di empowerment. Sanno ormai, dopo 30 anni di parto a domicilio moderno, che l’assistenza è qualificata, le ostetriche domiciliari specializzate, esperte e disponibili. Sanno che le donne che hanno fatto questa scelta sono tutte soddisfatte. Il parto a domicilio con queste basi oggi rappresenta la forma post moderna dell’assistenza ostetrica, quindi il suo futuro. La sua attuazione su larga scala comporta però una serie di cambiamenti sostanziali, di non facile applicazione, tra cui l’introduzione della continuità dell’assistenza per mezzo di una stessa persona. Inoltre, ci vorrebbe un riorientamento scientifico dalla patogenesi alla salutogenesi, da un orientamento verso il rischio a un orientamento verso le risorse, un passaggio che anche nel parto domiciliare odierno, in particolare in quello istituzionalizzato, non è ancora compiuto. Nel frattempo sono le donne desiderose di viversi la maternità come potenzialità personale piuttosto che come un evento da subire, le coppie desiderose di vivere la nascita del loro figlio come estensione della propria vita sessuale a prendersi questo spazio, con tutte le difficoltà date dalla mancanza totale di sostegno sociale, economico, politico, culturale e spesso anche con la difficoltà di trovare chi le assiste.
Elisabetta Malvagna racconta in modo molto realistico, a volte anche drammatizzando il conflitto della scelta della donna, questo oscillare tra esposizione negli ospedali e intimità protetta a domicilio dato dal desiderio comune di tutte le madri: il desiderio di sicurezza e intimità. Con uno sguardo a tutto tondo, con l’occhio della giornalista che indaga un territorio senza prevenzione ideologica o intellettuale, descrive scenari vasti, sorretti dalle testimonianze di chi li abita, invitando le donne a rimanere protagoniste della loro esperienza del parto e della nascita, ovunque accada. Infatti, non si tratta solo un libro sul parto a casa, ma l’autrice propone anche una riflessione sulla condizione della donna moderna e il parto. Si interroga su quale spazio oggi possa prendere la maternità all’interno di una vita di donna lavoratrice. Dati alla mano, Elisabetta fa vedere che la maternità ancora non è valorizzata a nessun livello, anzi, come il fast food, sembra un evento da inserire nell’agenda delle proprie attività con un valore marginale e uno spazio minimo. Quello che conta è farsi vedere due giorni dopo il parto nuovamente al posto di lavoro o nel proprio ruolo sociale, efficienti e magre come sempre, negando lo spazio a un’esperienza di trasformazione eccezionale, che per l’appunto, solo le donne sono chiamate a vivere. Rinunciando così al suo potenziale di estasi e a quel periodo così breve nella vita carico di tenerezza e affetto, che è l’inizio della vita del proprio bambino.
Quindi, non rimane che a ogni singola donna restituire all’esperienza della maternità un valore grande nella propria vita. Prendersi e godersi lo stato del tutto eccezionale, estatico che la nascita fisiologica, naturale del proprio figlio le può donare. 
                                                                           Verena Schmid

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